NEWS

18 05 2010

L’organizzazione di D.x.M.02 informa che l’appuntamento con l’edizione 2010 della rassegna è rinviato a fine settembre, visto l’elevato numero di proposte pervenute ed in considerazione dell’alta qualità media dei lavori, che sta rendendo difficoltoso il lavoro di selezione. Si ringraziano sentitamente gli artisti che hanno espresso il desiderio di partecipare all’iniziativa inviando le loro proposte e tutti coloro che lavorano e sostengono il progetto DEUS EX MACHINA_la tecnologia applicata alle arti performative. A presto per ulteriori sviluppi.

Per informazioni: chiaracrupi@gmail.com / mauro.petruzziello@libero.it

D.x.M._DEUS EX MACHINA_ la tecnologia applicata alle arti performative

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Appello DEUS EX MACHINA 2010

16 03 2010

Giunto alla seconda edizione, D.x.M.02_DEUS EX MACHINA_ la tecnologia applicata alle arti performative_ vuole nuovamente essere un appello, un luogo di incontro per tutte le compagnie nazionali ed internazionali, gli artisti e gruppi di teatro, danza e arti performative, i ricercatori e gli studiosi che lavorano mettendo in relazione teatro, arti performative e nuove tecnologie, sviluppando ed approfondendo i linguaggi scenici.

Il successo della scorsa edizione ha evidenziato la necessità di creare in Italia un network in grado di sondare le possibilità di espansione delle nuove tecnologie applicate alle arti performative.
Oltre che rassegna, D.x.M.02_DEUS EX MACHINA_ la tecnologia applicata alle arti performative_ si propone anche come piattaforma permanente di riferimento per artisti, studiosi e critici interessati, in modo da creare una rete attiva in costante espansione.

Modalità

I lavori proposti saranno protagonisti della rassegna D.x.M.02_DEUS EX MACHINA_ la tecnologia applicata alle arti performative_ a Roma nel mese di maggio 2010 c/o Kollatino Underground. Ogni spettacolo sarà seguito da un incontro con gli autori, gli interpreti, e un esperto del settore (audio/video/teatro/nuove tecnologie).

Anche quest’anno il focus del festival sarà l’esplorazione delle possibili strategie di relazione tra uomo e macchina per andare a sondare i territori di confine fra scienza e arti performative ed installative. Alla base dell’intero progetto, il tentativo di definire una modalità di interazione ed un linguaggio performativo generato dalla sinergia delle discipline dell’arte applicate ai mezzi tecnologici.

Il progetto D.x.M.02_DEUS EX MACHINA_la tecnologia applicata alle arti performative è autofinanziato e si propone di dare spazio soprattutto a compagnie e gruppi che non hanno avuto la possibilità di esprimersi a Roma.

Criteri per partecipare a D.x.M.02
1_D.x.M.02 è aperto a tutti.

2_Sono ammesse tutte le forme di espressione artistica interattiva e/o multimediale: spettacoli dal vivo, performance, teatro, danza, musica, installazioni, video, arti visive.

3_I partecipanti dovranno costruire e smontare il proprio spazio scenico perfomativo o l’installazione da loro proposta.

4_Gli artisti saranno supportati dallo staff tecnico del Kollatino Underground, ma dovranno essere autosufficienti per quanto riguarda datore luci, fonica e la reperibilità del materiale di scena.

5_I progetti dovranno pervenire entro il 20.04.2010 (fa fede il timbro postale). L’organizzazione comunicherà l’esito delle selezioni.

6_I progetti devono essere presentati in max due cartelle, con scheda tecnica e materiale illustrativo, come disegni, foto, cd audio, cd rom, dvd contenenti l’intero spettacolo.

7_I progetti devono pervenire corredati da Cv e info dettagliate artista e/o gruppo etc.

8_Gli spettacoli, direttamente visionati dalla direzione artistica del progetto D.x.M.02_DEUS EX MACHINA_la tecnologia applicata alle arti performative_ saranno scelti in base alla congruenza con l’appello.

9_Il materiale pervenuto non sarà restituito, e verrà archiviato per future collaborazioni.

10_Ogni spettacolo prevede il compenso del 70% della biglietteria dello spettacolo.

Gli artisti disporranno:

* della strumentazione necessaria per la loro installazione performativa – in accordo con la disponibilià tecnica dello spazio ospite (http://www.kollatinounderground.org/?page_id=228).

* uso della struttura Kollatino Underground anche per le prove.

* dell’ufficio stampa, diffusione e promozione del Kollatino Underground.

Organizzazione e direzione artistica: Mauro Petruzziello e Chiara Crupi_Kollatino Underground.

Invio dei materiali (specificare sulla busta D.x.M._Deus ex Machina)

Kollatino Underground

c/o Raoul Terilli

via Carlo Mezzacapo 12

00157 Roma

Per ulteriori informazioni:

chiaracrupi@gmail.com
mauro.petruzziello@libero.it
www.deusexmachinalab.wordpress.com
www.kollatinounderground.org





Keramik Papier

3 06 2009

TUTTO SIA CALMO – site specific

E’ uno spazio claustrofobico quello che i Keramik Papier creano in Tutto sia Calmo, site specific pensato e prodotto per il Kollatino Underground. Un corridoio lungo, stretto, buio, invaso da piccole nubi di fumo. Uno spazio esiguo in cui entrare, per trovarsi immersi in una tempesta visiva, in un terremoto sonoro, che destabilizza i sensi percettivi e avvolge in un ambiente dilatato, scosso, “traumatizzato” dal suono e dalle luci. Sullo sfondo una parete bianca sulla quale i raggi luminosi creano forme astratte in continuo movimento. A produrle sono due performer nascosti nel piccolo spazio scenico, che proiettano le luci su una parete di plastica per lasciarne intravedere il riflesso. Da questo punto focale, nel quale le forme prendono vita; da questo antro ancestrale, punto profondo e sotterraneo della terra, si sprigionano flussi di energia. Le pareti del corridoio tremano incessantemente a causa della traccia sonora creata dal compositore Iqbit, allo stesso modo lo spettatore perde il senso della consistenza del suolo, che si sfalda, si dilata, resta privo di linee prospettiche e lascia che la fine del corridoio divenga un punto irraggiungibile, tanto per il corpo, quanto per la mera percezione visiva. Qui un volatile, in caduta libera da uno spazio infinito, prende lentamente forma. Sbatte con forza le sue ali luminose, linee lunghe, che si asciugano, si cancellano, si ricreano, precipita vorticosamente nel buio. E nel suo precipitare, nel suo sbattere d’ali, sommuove l’aria che respiriamo.
E’ una tempesta per gli occhi, un uragano che ci avvolge, ci trascina, ci schianta violentemente contro questa presenza luminosa. Pura energia, essenza di vita, ma anche bellezza armoniosa delle forme astratte che suggeriscono stadi della natura, pur rimanendo sempre ambigue; quel tanto per suggerire ma lasciare spazio alla libera interpretazione visiva.
Nel continuo precipitare, le forme, il corpo di questo volatile luminoso, di questa bestia a-dimensionale, trovano finalmente il loro rifugio, rientrano nella loro tana, quel punto sotterraneo da cui ogni cosa è nata. Come la quiete che segue la tempesta, ogni energia si affievolisce, ogni cosa ritorna al suo status quo, le luci si spengono, le ali del volatile sono finalmente chiuse, immobili, la terra ha smesso di tremare.
Rimane, nello spettatore, il segno indelebile di un luogo – quel corridoio – le cui coordinate spaziali sono totalmente cancellate, e nella cui istantanea intangibilità, emozioni diverse, come scosse da un lampo, sono improvvisamente illuminate, portate a galla, per poi ricadere nel buio.

Matteo Antonaci
Recensione tratta da www.teatroteatro.it





Gabriella Riccio – Paolo Rudelli

30 05 2009

Noli Me Tangere_danza
vede come protagonisti due performer nudi in scena che, nell’oscurità, si trascinano su un palco spoglio.
Lo spazio prende gradualmente forma e dimensione grazie all’accenzione graduale di otto piccoli punti luce che circondano la scena puntando il loro fascio luminoso verso il centro. Accanto alle torce ci sono dei libri e otto microfoni in cui Gabriella Ricci e Paolo Rudelli sussurrano brani di Nancy, Giddens, Murakami, Mishima, Dante, Bergson. Le loro voci a volte si sovrappongono e lo spettatore viene coinvolto in uno stream of consciousness composto da voce e rumori. Si entra pian piano nel vivo di Noli Me Tangere; dopo aver messo in scena la parola, lo spettacolo cambia registro e si articola tramite i gesti. Non più nudi i corpi si muovono in modo disconnesso provocando deformazioni che rimandano alle figure di Bacon e di movimenti maccanici tipici dei robot. Il gesto è come non concluso; stroncato prima del suo compimento, connesso al suono che il pubblico ascolta. Qui la corrispondenza tra suono e gesto sfrutta un processo tecnologico in cui il rumore dei movimenti viene captato dai microfoni considerati come sensori imput. Il rumore viene poi elaborato da un software basato sull’attivazione di vari trigger. Il suono, provocato dai movimenti disarmonici dei performer è il dispositivo che costituisce il rapporto tra figura e spazio. Lo spazio scenico in Noli Me Tangere è un luogo liminale, una bolla a se stante e atemporale. I performer infatti, se prima erano rinchiusi nelle parole dei libri, ora pian piano prendono vita scoprendo l’ambiente circostante. Mentre nella fase iniziale i ballerini non interagiscono tra di loro, ora essi esplorano il loro corpo che ben illuminato produce singolari proiezioni di ombre. Lo spettatore è chiamato ad attendere un contatto, una comunicazione tra l’uomo e la donna che avviene nel momento in cui aumenta l’intensità e il ritmo del suono. Il loro sfiorarsi produce un suono di campane mescolato a un rumore simile a quello di un elettrodomestico appena azionato. Nelle parole preregistrate, pronunciate da una voce che rimanda al loro pensiero, emerge il tema dominante che è alla base dello spettacolo. Il tempo si cristallizza dandoci la possibilità di cogliere il racconto d’amore che ci viene proposto. Nella parte finale si riproduce una danza simile a quella iniziale in cui i due performer sono separati forse come a dire che nella morte l’uomo torna alla sua originaria condizione di solitudine. La morte entra in scena metaforicamente con la disposizione a croce dei danzatori che posizionano le otto torce alla base dei loro piedi e delle loro mani. Gabriella Riccio e Paolo Rudelli si alzano e si spogliano confermando il ritorno dell’uomo alla sua origine e chiudono lo spettacolo citando l’installazione Body of light di Bill Viola. Illuminandosi il corpo, con il raggio luminoso delle torce attraverso un movimento di ascesa e di discesa, essi sottolineano che la morte e la vita sono gli estremi di un processo ciclico.

 noemi.pittaluga@gmail.com
Noemi Pittaluga




Teatrino Elettrico

30 05 2009

Valentina Valentini:tre considerazioni a seguito del Teatrino elettrico
La tecnologia spesso è magia, fascinazione dello sguardo, incredulità per le simulazioni realistiche, indiscernibilità fra presenza/ assenza, immagine e corpo
Cosa produce il riciclaggio di macchinari obsoleti nello spettacolo tecnologico? Nam June Paik con le sue Family of Robot fatte di vecchi televisori e vecchie radio che utilizzava come pollai perché all’interno vi collocava uova o galline, umanizzava la tecnologia associandola a immagini agricole e domestiche: la famiglia e il cortile….
Qual è l’effetto che il Teatrino Elettrico persegue con Live show 090109, accostando ingranaggi di macchine industriali meccaniche e sezioni, particolari, defigurazioni, estrapolazioni di questi macchinari sul monitor?

Vanificazione dello sguardo:
cosa fa lo spettatore se non ha nulla da guardare, nulla da pensare? Perché deve stare seduto a guardare se non è prevista attività di contemplazione , di interpretazione, di piacere di seguire un’azione, un racconto?
La pertinenza del formato allo spazio:
Fra una installazione audio-video, un set di VJ, uno spettacolo teatrale, una performance , esistono differenze nella composizione e nelle modalità di fruizione, pur essendo verificato che i margini invalicabili fra queste diverse forme sono molto smussati. Ciò non comporta che l’installazione può passare come spettacolo teatrale e viceversa, anche se chi fa spettacoli teatrali fa anche installazioni, film, video,sfilate di moda…

VV

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L’ interazione uomo- macchina dà vita al live show 090109 di Teatrino Elettrico.
Tre telecamere a sinistra della scena e il controller audio sulla destra riprendono, registrano e ci riconsegnano immagini e suoni del vero protagonista dello spettacolo: un’ impalcatura in ferro e legno piantata al centro, sulla quale si innestano 5 schermi e si intravedono vari oggetti
: elettrodomestici, materiali vintage, ruote di biciclette e ventole.
Si inizia tra ronzii e interferenze video, si crea un ambiente audio- visivo al quale gli oggetti sembrano cominciare a reagire: i vari materiali della “scultura- attore” acquistano movimento, gradualmente, uno per volta,
scoperti dalla luce che li insegue, anch’ essa comandata direttamente dal palco.
Il continuo interscambio tra suono e immagine, la loro perfetta sincronizzazione mette in moto la scena- attante, che a sua volta restituisce immagini e suoni relativi ai vari oggetti in un continuo crescendo degli stimoli sensoriali audio-visivi.
L’ impressione che si ha è che ci sia un circuito di scambio in continuo reverse tra tecnica e scena, interazione a doppio senso tra suono- immagine e oggetti.
Il culmine d’ immagini, suoni e movimento si raggiunge sul finale, in un pieno di rumori metallici/meccanici assordanti mischiati a tal punto da diventare musica, una sorta di industrial-sperimentale; i cinque schermi e il proiettore posto dietro l’ impalcatura mostrano gli oggetti in movimento, ormai tutti illuminati, ripresi contemporaneamente dalle tre angolazioni delle telecamere.
Quando la scena ha raggiunto il culmine dell’ animazione due figure compaiono sull’ impalcatura, oggetti formati a ricreare due piccole sculture dalla forma umana, come se fosse stato proprio il movimento degli elettrodomestici, di tutti i materiali e il fracasso da essi prodotto a trasmettere movimento- vita a questi due automi.
All’improvviso tutto crolla in un vuoto di silenzio, schermi neri e oggetti inanimati. Frastuono e d’ un tratto smarrimento.
Di certo non si può parlare di spettacolo teatrale, visto che della scena classica mantiene solo la frontalità rispetto allo spettatore, e occorre porre dei seppur labili confini tra le varie forme d’ arte visiva, che proprio dal teatro sono nate e da 30 anni vi compaiono o, come nel caso dell’ istallazione audio-video controllata in diretta dai due giovani Dj e Vj, cercano di tornarvi con tutte le loro specificità di forme d’ arte.

 araknoide@hotmail.it
Daniela Mancinelli
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“Vanificazione dello sguardo” e contemplazione uditiva.

Mi piacerebbe inserire nel blog una mia piccola idea sullo spettacolo dei Teatrino Elettrico, presentato nella rassegna, per porre, infine, due piccole domande o dubbi.

090109, sicuramente, esclude, ignora, mette in disparte lo sguardo del pubblico, mettendo in scena una macchina totalmente auto-referenziale, non solo dedita al suo funzionamento ma anche a una sorta di sguardo egocentrico su sé stessa. Gli occhi-monitor di questa macchina riproducono le sue stesse membra captate e distorte da diverse telecamere. Il pubblico rimane fermo, seduto, a guardare una scultura meccanica verticale che si muove da sola e che nel suo movimento continua a produrre incessantemente suono.

Ma, nonostante la distanza glaciale percepibilissima tra l’oggetto della performance e lo spettatore, è davvero preclusa ogni forma di pensiero e di coinvolgimento?
La scultura meccanica che abbiamo davanti, di per sé, nella sua stratificazione di segni e inserita nella nostra storia e cultura, ci fa pensare immediatamente agli anni 90. E’ già un dato di fatto, abbiamo collocato e collegato questo ammasso di cianfrusaglie in un periodo storico. Immagini e suoni ci rimandano già ad altro. Per di più siamo qui in un contesto teatrale. L’esclusione di corpi dalla scena rende l’impatto spettatore-performance ancora più glaciale. I Teatrino Elettrico non hanno neanche la minima intenzione di comunicare un corpo o una presenza, piuttosto la loro macchina deve riassumere in sé l’intera azione comunicando soltanto sé stessa. Si può seguire così un’azione o un racconto? In realtà, a mio avviso, è rintracciabile in 090109, una drammaturgia, per quanto scarna e semplice. L’azione e i suoni prodotti dalla macchina sono stratificati in un determinato ordine, e non sono casuali, e dettano pertanto il filo logico di un racconto che si
sviluppa in diverse fasi:

1.      Nascita della macchina. Lentamente la struttura creata è attraversata da fasci di luce azzurri che producono un suono lento ed esiguo.
2.      La macchina cresce. Piccole membra della struttura iniziano a funzionare producendo i primi ritmi, ancora lenti.
3.      Ulteriore crescita della macchina. La struttura avvia piano tutte le sue membra, il suono diventa più forte, più fastidioso, si istaura un rapporto tra i diversi pezzi che la compongono soprattutto a livello ritmico e sonoro.
4.      La macchina invecchia, impazzisce: la struttura totalmente in movimento inizia a muoversi in maniera inquietante e rapida, produce suoni potenti, a tratti fastidiosi, fischi. Una luce (l’ultima) si accende nella sua parte superiore, i monitor iniziano a produrre unicamente immagini distorte.
5.      Morte della macchina: la struttura si spegne, il suono si affievolisce, le luci si spengono.

Quantomeno se non si vuole vedere in questa concatenazione di avvenimenti un racconto, allora si potrebbe comunque guardare a 090109 come la semplice esibizione sonora di questa macchina, e diverrebbe impossibile allora non accettare il fatto che ogni concerto è di per sé un racconto.

Qualunque sia, questa drammaturgia, si esplica più che a livello visivo, a livello sonoro. E’ vero, lo sguardo dello spettatore è totalmente escluso. Ma la contemplazione non può forse avvenire a livello uditivo?
Il suono creato, inoltre, è costituito prevalentemente da bassi, che come si sa, hanno una percepibilissima influenza fisica sull’ascoltatore tanto da poterne modificare la frequenza cardiaca. Il coinvolgimento emotivo del pubblico, avviene, dunque, a mio avviso, su questo piano. Ossia sulla costruzione di un rituale a cui lo spettatore è obbligato ad assistere, proprio contemplando con l’udito. I due performer attraverso il loro strumento invocano un dio-macchina, che si manifesta nelle sembianze di una scultura religiosamente laica, in una stratificazione di segni e di in-put visivi e uditivi ai quali corrispondono i nostri out-put emozionali e fisici. L’emozione è data dal ritmo, sensazione di fastidio, di terrore, di energia, di angoscia che la macchina incute nello spettatore. E il superamento della sua freddezza, del suo metallo – il trasfigurarsi di tale metallo in carne – può avvenire soltanto attraverso l’adattarsi del nostro battito cardiaco ai potenti bassi,
del nostro udito al rumore continuo. Qui avviene l’improvviso avvicinamento tra chi guarda e chi compie l’azione.

La fruizione dello spettacolo da seduti potrebbe essere messa in discussione. Si tratta di uno spettacolo teatrale, di una performance o di un’istallazione? Nel momento in cui diviene percepibile questa, se pur scarna, drammaturgia allora inizia ad avere senso anche la posizione di chi guarda. Questa lontananza abissale tra la macchina e il pubblico contribuisce ad incrementare la sua gelida aurea, il suo mistero, che solo i performer (custodi del tempio) custodiscono.

Il dubbio ora è: quanto carnale e quanto umana deve risultare la presenza di questa macchina per potersi considerare parte di un’esigenza teatrale? Può proprio la posizione del pubblico e il rapporto che si istaura tra struttura tecnologia e fruitore farla uscire dalla mera definizione di “istallazione”?

Matteo Antonaci





Los Dos Pesados

30 05 2009

 

Sguardo critico di Valentina Valentini
LosDosPesados, ManipularE’ senso comune affermare che per chi opera con la scrittura, il suono, l’immagine, la scena, per chi sceglie di farne il proprio investimento di vita e d’arte, di lavoro e di produttività sociale, è essenziale, naturale, necessario, conoscere e confrontarsi con il contesto storico artistico del passato prossimo; che l’unico modo di afferrare il nostro presente, consiste nel cogliere in esso una peculiare declinazione dei problemi di fondo della condizione umana.
Mi sono chiesta, assistendo alla performance del duo LosDosPesados, Manipular quale riflessione, esperienza, conoscenza, confronto con i dispositivi interattivi impiegati in molte installazioni multimedia a partire dalla metà degli anni Novanta, in spettacoli, come in processi didattico-comunicativi ( musei etc), il duo Los Dos Pesados abbia come proprio background;
mi sono chiesta se la dimostrazione di come funziona un dispositivo, un programma informatico – che per dispiegare la sua vera natura avrebbe dovuto chiamare i convenuti a farne esperienza, a manipolare suono e immagine direttamente – materia da contemplare ( se non in uno stand in cui si espongono le nuove tecnologie).

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Interessante ma ermetico lo sguardo critico di Valentina Valentini.
Riassumo quello che ho capito per poi dire cosa ne penso:
secondo Valentini, manipular è uno strumento tecnologico piuttosto che “un’opera d’arte” . La “dimostrazione di come funziona un dispositivo” piuttosto che un evento capace di coinvolgere e di trasmettere delle emozioni.
Valentini si chiede quale sia il background dei losdospesados, e forse se il duo LosDosPesados abbia un background di carattere artistico (ma è solo un’interpretazione di quanto ho letto, diciamo uno “sguardo critico” allo sguardo critico).
Indubbiamente le opere dei due pesados generalmente non hanno la tipica austerità e “serietà” dell’arte contemporanea che, a mio parere, generalmente trasforma un atto di espressione in qualcosa di “colto”, che *deve* trasmettere un messaggio, anche criptico ed inspiegabile senza l’ausilio di una descrizione magari, ma comunque di alto valore intellettuale.
Da questo punto di vista il background dei losdospesados deriva dal contatto con la gente e dalla passione per la musica e per l’interattività in ogni sua forma, dalla consapevolezza di cosa significa essere spettatore, prima che artista.
Manipular quindi è da intendere come qualcosa di diverso da “un’opera d’arte” che vede “l’artista” come emittente di un messaggio e lo spettatore come semplice ricevente. I pesados hanno dalla loro un background tecnico che gli ha permesso di costruire i giochi con i quali amano giocare, giochi con i quali chiunque condivida con loro la passione per la musica, il visivo e l’interattività amerebbe giocare.
Ed è per questo che manipular, a deus ex machina, è stato non solo performance, ma anche installazione. Non messaggio ad una via, ma scambio attivo.
Una dimostrazione tecnologia? sicuramente è stata anche questo, in fin dei conti i due pesados sono i violinisti, ma sono anche i liutai 😉
Pedro@losdospesados.net





Collettivo Almagesto

30 05 2009

Collettivo Almagesto

Sguardo critico di Valentina Valentini
Collettivo Almegesto

Al Collettivo Almagesto che nello spettacolo In promptu lavora sull’interazione fra musica dal vivo ( pregevole l’impasto sonoro creato anche con l’intervento del flauto di canna) danza e videoproiezione propongo una rapida considerazione che riguarda in particolare i modi in cui il dispositivo elettronico e digitale ha modellizzato lo spazio scenico:
sul piano drammaturgico ha lavorato per scomporre l’unitarietà della scena , l’organismo attoriale, scindendo la voce dal corpo, il corpo reale e quello in immagine: preleva parti, le seziona, le mette in primo piano, ritaglia, costruisce ipertesti, moltiplica i piani, ma enfatizza sempre la dimensione dal vivo, della diretta, magnificando un aspetto che la tv ha mortificato;
ha favorito l’indebolimento dei confini tra interno ed esterno, esperienza quotidiana ed estetica;
ha problematizzato l’atto del guardare, spinto dall’ urgenza di attribuire senso all’immagine, rigenerare lo sguardo, riattivare la percezione visiva attraverso il buio, la rarefazione, l’occultamento e il disvelamento delle immagini in modo da affinare altri sensi e favorire una percezione aptica .